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Il dovere della fiducia

Essere Comunità oggi

Per noi essere Comunità significa accettare una sfida.
La Comunità di San Martino al Campo è, fin dal suo costituirsi nel 1970, un laboratorio: la sua vocazione è trovare, immaginare, sperimentare nuove soluzioni e servizi di fronte all’evolversi delle situazioni di bisogno ed emarginazione sociale.
Non è un dato scontato e definito una volta per tutte, ma una scelta che si confronta quotidianamente con il cambiamento e che chiede, ogni giorno, l’adesione personale e convinta e la volontà di ragionare in termini di speranza e fiducia.
Significa accogliere una dimensione di precarietà (che è la condizione di tanti nostri amici) e scegliere la duttilità, la vicinanza alla quotidianità dell’uomo; significa essere una realtà in continua trasformazione, cosciente dei propri limiti; significa lasciarsi interrogare dall’altro perché anche chi non ha voce venga ascoltato, perché la giustizia trovi casa.

Le nuove povertà

Ci sembra che il disagio nasca da questa società dell’agio e ne faccia intimamente parte. La nostra è, infatti, una società dell’agio materiale e del disagio spirituale. Le nuove povertà non sono legate solo ai bisogni di natura materiale, ma anche a bisogni di identità, di senso, di relazioni significative, di comunicazione. Ci pare che l’uomo sia esteriormente immerso nella folla ma viva una profonda solitudine interiore. Accanto ai fattori oggettivi che possono essere considerati portatori di agio o disagio, va considerato il vissuto esperienziale del soggetto, il suo modo di affrontare e superare un evento critico.
Per noi tutti è amplificata la vulnerabilità: nessuno può essere sicuro che non si troverà nel corso della sua vita in una situazione di disagio.
Quindi, forse per la prima volta nella storia, i giovani spesso hanno un presente agiato, ma temono il futuro.
Aumenta l’emarginazione sociale (e la conseguente incapacità della persona di fruire delle risorse) e lo stato soggettivo di disagio che porta al progressivo deteriorarsi delle motivazioni, alla crisi delle capacità relazionali e di adattamento.
Aumenta la complessità sociale: la famiglia appare fragilissima, insidiata da fattori interni ed esterni ad essa, attraversata da profonde trasformazioni; le nostre città si confrontano con l’arrivo di tanti cittadini stranieri, troppe volte emarginati o guardati con sospetto.

A chi ci rivolgiamo

Noi scegliamo di essere rifugio per chi, dentro la società, fa fatica a stare al passo veloce del nostro tempo: giovani e adulti con disturbo mentale, alcolisti, tossicodipendenti, carcerati, senza fissa dimora, persone che nella vita hanno incontrato numerosi fallimenti.
Noi crediamo che ripartire dal fallimento sia possibile, anzi che il fallimento – accolto, capito e rielaborato assieme ad alcuni amici – possa diventare una risorsa.
Scegliamo la centralità della persona in quanto tale: soggetto di dignità, di libertà e di verità, guardando al suo bisogno presente non al suo passato.
Scegliamo la tenerezza e la passione per i poveri, i devianti, gli emarginati, che spesso sono stati privati di alcuni diritti fondamentali. Con loro desideriamo fare un pezzo di strada.
Scegliamo di stare dalla parte dei giovani: non solo attraverso la prevenzione primaria ai vissuti di emarginazione e disagio, ma anche attraverso la proposta del volontariato come esperienza capace di nutrire di senso la vita.
Crediamo profondamente che ogni uomo possa cambiare se si sente accolto ed amato. La Comunità quindi cerca di essere un luogo in cui vi sia dialogo, rispetto delle diversità di opinione, luogo in cui nessuno si senta schiacciato e omologato, in cui imparare a rispettare e ad aspettare i tempi dell’altro; il luogo della consolazione ma anche della festa.
Abbiamo scelto di ragionare con il cuore, di non voler ad ogni costo capire, spiegare, risolvere ma di essere disposti a ridefinire il nostro sapere nella convinzione che non basta la buona volontà per aiutare chi vive nel disagio.
È nostro dovere riflettere quotidianamente sulle contraddizioni della società in cui viviamo, non sempre improntata a criteri di giustizia, e che tende, spesso e volentieri, a sospingere ai margini chi non ce la fa, chi è scomodo, chi non risulta funzionale al sistema.
Il nostro intervento non deve mirare a ricostruire nell’individuo un galateo della quotidianità sociale, ma mettere a disposizione della persona risorse che le permettano di riguadagnare una propria dignità e di valorizzare le potenzialità che rimangono sempre e comunque presenti.

Il nostro stile

Il nostro stile si esprime attraverso il dovere della fiducia.
Vogliamo continuare a operare scelte di gratuità, nonviolenza, amore per la giustizia, sobrietà, laicità, fraternità.
La Comunità da sempre cerca di realizzare – attraverso le sue strutture di accoglienza – un clima di famiglia ponendo molta attenzione alle relazioni con le persone, alla cura degli ambienti, all’ascolto e alla condivisione del quotidiano.
Questo stile non è una tecnica che si può descrivere o imparare, è un’atmosfera che si crea dentro il desiderio di stare accanto e sostenere chi è in difficoltà; non è un dato acquisito una volta per tutte, ma è un valore aggiunto alla proposta riabilitativa e terapeutica che va continuamente verificato e aggiornato.
Per noi è importante non rinunciare alla vicinanza affettiva con l’altro senza lasciarsi però travolgere dal suo malessere, mantenendo la capacità di osservazione, chiarezza e concretezza.
Di fronte a forme di disagio sempre più complesse e profonde serve competenza: è un nostro dovere offrire un aiuto serio ed efficace a chi non è in grado di risollevarsi da solo.
Educare rimane una nostra importante scommessa, l’attività – l’arte? – che motiva molte delle nostre azioni e gran parte del nostro impegno.
Il primo e più importante messaggio educativo viene comunicato dal nostro atteggiamento di reciprocità: nessuna persona è così povera da non avere nulla da donare; nessuna persona è così ricca da non avere nulla da ricevere. In questo scambio ciascuno vede umanizzata la propria povertà, sente di valere e di poter essere utile agli altri.
Il secondo messaggio è la disponibilità a fare con la persona, non per la persona, che significa imparare a rispettare il progetto dell’altro, ma anche la sua mancanza di progetto, o il suo rifiuto.
Qualche volta l’impegno educativo deve essere finalizzato principalmente al contenimento della sofferenza, della patologia e dell’aggressività.
Nel suo insieme la Comunità deve esprimere uno stile professionale che preveda capacità di analisi, progettazione, gestione degli interventi e loro valutazione.
Il lavoro di équipe è diretta conseguenza del lavoro comunitario. Come la Comunità esiste ed opera solo dentro un contesto di dialogo e di confronto continuo, basato su relazioni autentiche e di accoglienza reciproca, così anche le singole équipe che lavorano all’interno delle strutture di accoglienza e nei vari servizi della Comunità basano il loro intervento sull’ascolto e sul confronto di esperienze tra personale professionale e volontario.

La nostra proposta

Noi crediamo che la fiducia nell’essere umano sia la molla che fa scattare l’impegno ad assumere lo stile di vita della Comunità, per essere attivi, creativi, fantasiosi nel promuovere un cambiamento verso una società più giusta e umana.
Come Comunità scegliamo di dialogare con ogni persona e realtà che ha la passione per l’uomo, di schierarci con tutti coloro che senza farsi strada fanno strada al povero.
è per noi indispensabile collaborare con quanti, singoli ed organizzazioni, laici e religiosi, condividono il nostro stesso desiderio di giustizia e di solidarietà.
Dai suoi primi passi, infatti, la Comunità si è messa in dialogo con la città, vivendo una cittadinanza non schierata ideologicamente ma politica perché politica è interazione, condivisione, confronto, scambio di idee e ideali e dunque mediazione, risoluzione.
È fondamentale costruire e ricostruire ponti di comunicazione e di fiducia reciproca nel rispetto della diversità.
Rispetto a quando siamo nati, agli inizi degli anni Settanta, oggi esistono molti più servizi sul territorio con i quali siamo chiamati a collaborare mantenendo un rapporto di reciprocità nel rispetto delle diverse identità e dei diversi metodi e linguaggi professionali; istituzioni pubbliche e privato sociale si dovrebbero compensare. Nessuna delle due realtà basta a se stessa.
È importante coinvolgere sempre più persone e associazioni, lavorando assieme alle altre realtà di Trieste (cooperative, servizi, istituzioni), migliorando i rapporti e gli scambi.
Il territorio è il contesto nel quale siamo inseriti, non possiamo prescindere da esso perché le persone che fanno fatica non hanno via di scampo da questo contesto, ma hanno anzi bisogno di strumenti per imparare a leggerlo e abitarlo con agio.
È importante, continuare a creare percorsi protetti per persone fragili e disagiate, finalizzati alla loro piena integrazione. Partendo dal presupposto che non esistono soluzioni e risposte preconfezionate ai problemi, è indispensabile ampliare la gamma delle risposte, a partire dalle esigenze di ognuno.
Diventa sempre più urgente pensare ad un dopo Comunità, in particolare per quelle persone che, dopo un periodo di accoglienza residenziale, fanno più fatica a reinserirsi nella società.
Ci sembra di doverci imporre lo sforzo di continuare a credere e a proporre valori, immaginando nuovi valori per una nuova società.
Il nostro obiettivo è contribuire alla costruzione di una società nella quale realtà come la Comunità di San Martino al Campo non servano più, perché sia la comunità civile nel suo complesso ad accogliere chi fa più fatica.
Coltivare in noi la speranza anche di fronte alle vicende più difficili è credere nella forza rivoluzionaria della quotidianità: una quotidianità fatta di piccoli gesti, di ripetizioni, di routine, di intreccio di relazioni perché insieme sia possibile costruire un mondo capace di non lasciare indietro nessuno.

Trieste, 14 novembre 2006

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