di Samuele Ferrante

mercoledì, 3 maggio 2024

 

In questi mesi il Centro Diurno di via Udine 19 è stato sulla bocca e sulle pagine di programmi e quotidiani nazionali. I racconti, con informazioni e sensibilità più o meno precise e sincere, hanno messo in luce la condizione di insostenibile ed estrema marginalità che vivono le persone richiedenti asilo a Trieste.

 

In questi mesi il Centro Diurno di via Udine 19 è stato sulla bocca e sulle pagine di programmi e quotidiani nazionali. I racconti, con informazioni e sensibilità più o meno precise e sincere, hanno messo in luce la condizione di insostenibile ed estrema marginalità che vivono numerose persone richiedenti asilo a Trieste. Il Centro Diurno di San Martino al Campo, assieme ad altre realtà e associazioni (Donk, Irc, Ics, Diaconia Valdese, Caritas e Linea D’ombra), prova a dare un sostegno e una risposta quotidiana al disagio dei migranti richiedenti asilo e/o transitanti e, con loro, a tutte le persone in grave marginalità. Qui e in altri luoghi di Trieste due suore delle Piccole Sorelle di Gesù, Patrizia e Daniela, da gennaio a marzo di quest’anno sono state accanto alle persone e alle famiglie con fragilità che arrivavano prevalentemente dalla rotta balcanica in Italia.

L’approccio di Daniela e Patrizia è stato di prossimità e condivisione relazionale, volutamente senza un ruolo se non quello di persone accanto ad altre persone. Per capire questo e per comprendere perchè Patrizia e Daniela siano arrivate a Trieste è necessario conoscere un po’ la realtà delle Piccole Sorelle di Gesù e delle loro comunità, chiamate fraternità. Il loro ispiratore è Charles de Foucauld dalla cui spiritualità sono nate diverse famiglie religiose. Tra queste le Piccole sorelle di Gesù fondate da Magdeleine Hutin. Come ricorda Daniela, è questa la chiave per comprendere il loro approccio anche in Centro Diurno: “La vita delle piccole sorelle è una vita vicina a Dio e quindi vicina agli uomini”. Quando chiedo a Patrizia come sono organizzate le Piccole Sorelle per capire com’è nata in loro l’idea di venire a Trieste, mi risponde che “La Fraternità è nata col desiderio di essere presente in ambienti marginali con piccole comunità, tre o quattro sorelle, che vivono in mezzo a persone e gruppi svantaggiati e vulnerabili condividendone, per quanto possibile, le condizioni di vita. Adesso, a causa dell’invecchiamento di tante sorelle, molte presenze di questo tipo per noi non sono più possibili. La necessità di prendersi cura delle sorelle più anziane ci ha costretto ad una presenza più capillare, ad un accorpamento delle fraternità. Da tempo” continua Daniela, “come piccole sorelle italiane, ci chiedevamo, come essere vicine ai migranti. Vorremmo tanto riuscire a creare una fraternità, una presenza duratura e stabile, con loro e in mezzo a loro. Siccome questo non è per il momento possibile, ci siamo chieste: cosa possiamo realizzare oggi?” Ed è così che è nata l’idea di venire a Trieste anche se solo per un tempo molto breve.

Questa diversa modalità d’inserimento richiedeva che Daniela e Patrizia si appoggiassero a delle realtà del territorio. Alle volte non è facile riuscire ad agire liberamente, soprattutto quando si è ospiti di un contesto nuovo ed organizzato da associazioni che vi lavorano ogni giorno. Tuttavia, per Patrizia e Daniela l’esperienza è stata subito positiva. “E’ stata per noi una grande gioia sentirci subito accolte!”, afferma Patrizia “Essendo ospiti eravamo pronte a rispettare delle regole. Avevamo un po’ il timore di essere percepite come persone che esercitano un’autorità. Un ruolo che non ci appartiene, perché il nostro approccio è di fraternità ed amicizia”. Il tema dell’autorità è sempre associato ai grandi poteri istituzionali, ma in realtà anche in associazioni organizzate per l’accoglienza ci dev’essere un principio di autorità/responsabilità. Decidere a chi dare un posto letto, dire di sì piuttosto che dire di no, significa esercitare un potere e incarnare una regola. Questo è compito degli operatori, e anche dei volontari “stabili”.  Daniela e Patrizia volevano evitare di entrare in questa dinamica. “Il nostro ruolo di Piccole Sorelle è quello di non avere ruoli”, sottolinea Daniela, riconoscendo ovviamente l’importanza che qualcuno lo assuma, quel ruolo, sia quello dell’operatore o del mediatore culturale. Le due Sorelle con la loro modalità di presenza hanno reso una membrana permeabile lo spazio che separa l’ufficio del Centro Diurno, che limita le persone fuori dal plexiglass divisorio –  richiedenti asilo, famiglie, senza dimora – e quelle dentro, cioè noi operatori e volontari.

Ma non hanno solo fatto questo, hanno condiviso porzioni di vita con i ragazzi richiedenti asilo e con alcune famiglie. Li hanno accompagnati, quando c’era bisogno, in ospedale o in Questura e sono state una voce amica con cui parlare e grazie alla quale relazionarsi, di rimbalzo, anche con il territorio. “C’è bisogno di figure istituzionali e professionali, che abbiano delle competenze”  sottolinea Patrizia, “ma c’è anche bisogno di persone vicine ad altre che creino spazi trasversali e orizzontali.”

Tutto questo è stato vissuto in un luogo veramente particolare che “raccoglie tante persone diverse con tante modalità diverse”. Un luogo, “con tanti bisogni, ma una casa aperta dove tutti potevano entrare” afferma Daniela ricordando l’impatto con “Chay Khana” (Casa del tè), come i giovani migranti chiamano  il Centro Diurno. Un luogo in cui semplicemente “si sta” , dice Patrizia. “Dove ognuno ha un posto. Dove la struttura la fanno le persone. Dove c’è una densità di umanità enorme che dona essenzialità al luogo, dove la relazione è la chiave per riempire altri vuoti, dove uno decide come starci. Un luogo offerto, infine, a gente che non ha un luogo.”

E così parlando di luoghi offerti alle persone che un luogo non ce l’hanno, ci viene facile il paragone  con lo spazio degradante del Silos, dove la maggior parte dei ragazzi richiedenti asilo passa la notte all’addiaccio. Ci chiediamo quale tipo di relazione e di scambio ci sia tra il Silos e il Centro Diurno e se veramente lo scambio si possa definire in termini di vuoto e di pieno, di luogo e di non-luogo. Eppure Daniela ci restituisce subito un’esperienza più complessa. “Il Silos è certo un luogo degradato e degradante, eppure certe persone, con la loro ricchezza d’umanità, sono state capaci di trasformarlo in casa. Con la loro umanità lo hanno umanizzato”. Questo ovviamente non giustifica il Silos, che rimane un luogo di degrado e di abbandono. Ma non bisogna dimenticare cosa esso rappresenti, al di là dei necessari articoli di denuncia e della sacrosanta indignazione, in termini di umanità e di solidarietà.. È infatti anche il luogo del ribaltamento, dove da un’estrema difficoltà  tanti giovani migranti sono riusciti a creare una dimensione di casa fino al punto che alcuni di loro preferiscono dormire al Silos piuttosto che nelle strutture di bassa soglia, perché almeno al Silos si sta “insieme”. Un luogo, senza alternative, a quanto pare, se non come triste necessità o argomento di sgombero. Ma un luogo abitato e di “ribaltamento” perché “è dove loro – gli stranieri – ti accolgono e si accolgono. Il nostro mondo li rende dei mendicanti e lì, paradossalmente, sono loro che possono offrire e accogliere”.

Grazie al loro contatto diretto con le persone, Patrizia e Daniela hanno potuto instaurare dei rapporti molto intensi. Chiedo loro se hanno vissuto qualche esperienza particolarmente significativa. Daniela  racconta delle sue prime impressioni e dei rapporti di reciproca solidarietà che ha visto intrecciarsi tra le persone. Ricorda gli sguardi compassionevoli, densi di sgomento, comunque attenti ai più fragili. Patrizia esprime le sue difficoltà durante i vari accompagnamenti in Questura, un luogo di condivisione di fatica con i ragazzi in attesa di un documento, uno degli ostacoli da superare in quel grande percorso a ostacoli che molti richiedenti asilo devono affrontare. Ma oltre alla condivisione del dolore, a Patrizia sono rimasti nel cuore i sorrisi nei momenti difficili, la forza di vita dimostrata dai ragazzi, forza che li accompagna nei loro percorsi e dalla quale possiamo imparare.

Riprendendo l’inizio di questo dialogo/intervista è emersa in vari momenti questa lotta quotidiana con un sistema che dovrebbe accogliere le fragilità e non respingerle. In un contesto storico in cui anche l’approccio associativo rischia di istituzionalizzarsi, i vuoti che spaventano non sono solo quelli del Pubblico, inteso come Stato, Regione o Comune, ma quelli della società civile, della comunità in senso ampio. La vicinanza, l’accostarsi alle persone con fragilità che ha caratterizzato questo “pezzo di strada nel cammino della Vita” di Patrizia e Daniela, ci stimola a (ri)pensare il bisogno di organizzare, ma paradossalmente senza organizzare del tutto, immaginando cioè  dei servizi fatti di relazione di prossimità, di vicinanza e di cura, dove a prevalere sia una dimensione orizzontale di condivisione e di fraternità.  È importante ricordarsi che non siamo soli in questo cammino di accoglienza e umanizzazione. E che non ci sono  solo assenza e vuoti, ma ci sono associazioni, persone, volontari e gli stessi portatori di sofferenza e fragilità che procedono e crescono assieme.